ADDIO LISTINO, MI “SQUOTO” E NON TORNO (QUASI) PIU’. GLI EFFETTI PERVERSI DEL DELISTING

Ci volevano i francesi di Lactalis per sfoderare l’ennesimo “coup de théâtre” con una bella offerta di pubblico acquisto sul titolo Parmalat (presente in diversi nostri portafogli) a 2,6 euro per ricordare che le azioni si contano e non si pesano. E chissà se la fantomatica cordata italiana uscirà finalmente allo scoperto, estraendo il blocchetto degli assegni e non le discutibili dichiarazioni di “italianità” o di “interesse nazionale” che finora hanno alimentato lo scontro per la conquista del “gioiellino”.

Un’offerta pubblica al rialzo con un prezzo superiore a quello medio di mercato è certo un esempio positivo di capitalismo finanziario e qualcosa che premia il pubblico risparmio. E dobbiamo gridare quasi “vive la France” perché dalle nostre parti (Piazza Affari e dintorni) il controllo delle società si decide ancora troppo spesso nei salotti buoni piuttosto che in Borsa.

Purtroppo in questi anni i risparmiatori italiani hanno infatti scoperto il lato anche meno nobile delle offerte pubbliche di acquisto.
Quando l’azionista di controllo decide di uscire dal mercato offrendo un prezzo certo “equo” secondo la normativa vigente ma che ha quasi il sapore della beffa se si guarda al valore che era stato assegnato allo stesso titolo in sede di Ipo.

Si è osservata, infatti, in questi anni da parte delle aziende che si quotano una strana forma di “schizofrenia”.

Prima di quotarsi gli esperti ingaggiati fra le menti più “beautiful” delle banche d’affari spiegano che il titolo non vale meno di 10 euro in base ai multipli, ai confronti con i competitor, alle prospettive di crescita e alle previsioni sui flussi di cassa da qui alla fine del mondo: qualche anno dopo, una volta verificato che il mercato vero (e non quello basato su formule calcolate con excel) va in modo differente da quanto si era prospettato e il titolo è stato “ingiustamente” penalizzato dalla Borsa, arriva magari l’idea di ricomprarsi a prezzo da saldo le azioni, offrendo magari 2 euro.

E pazienza se sono magari le stesse banche d’affari che prima magari avevano valutato che valesse 10 il titolo e le virtù di quotarsi in Borsa ora a spiegare ai proprietari e ai manager tutti i vantaggi di fare le valigie da Piazza Affari, valutando questa volta al “ribasso” il valore e le prospettive della società.

Si tratta di una vera forma di schizofrenia perché nel caso di delisting gli stessi manager che prima parlavano solo delle virtù (a caro prezzo) di quotarsi ora scoprono invece come è più bello non essere quotati: meno costi, più libertà operativa, minori controlli e seccature dagli azionisti di minoranza, Consob e Borsa Italiana, maggiori facilità di ristrutturare…

Mi quoto, anzi no

Dai tempi di Bettino Craxi e della lira “forte” si parla che a Piazza Affari ci sono 1000 società pronte a quotarsi con convegni e ricerche ad hoc: nella realtà sono sempre più numerose le aziende che dalla Borsa milanese fanno le valigie se si guarda all’andamento delle iscrizioni e disiscrizioni nell’ultimo lustro: 42 società si sono quotate, 63 hanno lasciato il listino.

Il bilancio diventa positivo (vedi tabella) se si allunga l’orizzonte molto indietro, includendo quella stagione all’insegna di tutti gli eccessi che fu la cosiddetta “new economy” e il biennio 1999-2000. Il saldo fra società neo quotate e in fuga dal listino arriva addirittura a +59.

Ma c’è poco da rallegrarsi di quel periodo perché la maggior parte delle società quotate di questa “leva” sono state fonte di cocenti delusioni per i risparmiatori che hanno acquistato queste matricole in prima sottoscrizione.

Le quotazioni molto generose che si potevano spuntare in quel periodo hanno infatti convinto molte società a quotarsi; l’affare lo hanno fatto certamente gli azionisti di maggioranza e le banche che ne hanno curato il collocamento; non così si può dire della maggior parte dei sottoscrittori.

E se al danno si unisce la beffa..

C’è una cosa peggiore che può capitare a un risparmiatore rispetto ad acquistare un’azione a caro prezzo. Vedersela tolta dal listino con un’offerta “prendere o lasciare” fatta dallo stesso azionista di maggioranza attraverso un’offerta pubblica di acquisto mirata al delisting del titolo.
In questi anni questa eventualità è successa purtroppo numerose volte e uno dei casi recenti più clamorosi è stato quello dell’opa lanciata da SwissCom su FastWeb.

Nel 2000 questa società (col nome di e.Biscom) entrò in Borsa con una quotazione di ben 160 Euro ad azione sulla base di generose proiezioni future e di una campagna stampa e pubblicitaria che facevano apparire questa Ipo come quella del secolo se non del millennio.

Le cose non sono andate poi così proprio bene per la società che è arrivata negli scorsi anni a sprofondare in Borsa sfiorando i 10 euro. Poi nel marzo 2007 la decisione della società di telecomunicazioni Swisscom di procedere a un’opa a 47 euro per azione.

Non tutti i piccoli azionisti aderiscono e lo scorso settembre il colosso elvetico Swisscom, già proprietario con l’82% lancia un’opa residuale a 18 euro per
azione. E pazienza se è quasi due terzi in meno di quanto pagato 3 anni prima.

Anche questa volta alcuni piccoli azionisti non aderiscono all’offerta, ritenendo il prezzo incongruo. Al termine del periodo dell’Opa Fastweb resta sotto il 95% e non è possibile perciò procedere allo “squeeze out” (ovvero al ritiro dal listino). Tocca alla Consob dire qual è il prezzo giusto per l’opa residuale. Ma la delusione per i piccoli azionisti di Fastweb è cocente: 18 euro.

Chi non ha aderito alla prima e alla seconda opa resta così col cerino in mano e valuta azioni legali (gli azionisti delusi da Fastweb si sono dati su Facebook il seguente punto di ritrovo ) ma purtroppo la lezione appresa ricorda il motto finale del libro di George Orwell, La Fattoria degli animali: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Se una società quotata decide di darvi il benservito e siete dei semplici risparmiatori non vi resta che abbassare il capo poiché il passo successivo se non aderite è diventare azionisti (questo è il nuovo andazzo) di una società non quotata. E a quel punto le vostre azioni hanno un valore che è deciso unicamente dall’azionista di controllo e dovete perciò contare sulla sua “carità pelosa”.

Più fortunata può essere la situazione se fra gli azionisti di minoranza vi è anche qualche fondo o investitore istituzionale che magari riesce a ottenere un piccolo rilancio: ma non è assolutamente detto che riesca in questa impresa e col tempo, quando la società non è più quotata, potrebbe anche trattarsi di una negoziazione completamente privata i cui effetti (e soprattutto il prezzo) non riguardano certo tutti i piccoli azionisti.


Come comportarsi in caso di delisting se si possiedono ancora delle azioni della società che lascia Piazza Affari per dimenticanza o perchè magari il prezzo proposto non sembrava giusto? E la nuova normativa in vigore dal 2 maggio 2011 sull’Opa come cambia le carte in tavola?

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