E LE STELLE NON STANNO A GUARDARE. Intervista a Marco Nascimbene, gestore di Fondersel Pmi sulle small e medium cap italiane.

Piccolo è bello? Se si osserva l’andamento di Piazza Affari dell’ultimo decennio si potrebbe trovare più di una ragione per condividere questa modo di dire. L’indice FTSE MIB, il più rappresentativo delle blue chip, ha avuto infatti un bilancio pesantemente negativo: -31%. Se invece si prende nello stesso periodo l’indice più rappresentativo delle società a piccola e media capitalizzazione, il FTSE Italia Star, si noterà nello stesso periodo un andamento difforme soprattutto nel risultato finale: +21,5%.

Persino nel momento peggiore delle Borse, se si osservano i due indici a confronto, si scoprirà che la “batosta” è stata peggiore per le blue chip che per le small e medium cap (si vedano i grafici sotto dell’indice Mib40 e Ftse Italia Star).

(per vedere le tabelle e i grafici in formato più grande è consigliabile cliccare 2 volte sull’immagine)

L’andamento dell’indice FTSE ITALIA STAR (il bello e il brutto dei titolini..)

Per quanto risulta evidente che chi voleva in quella fase liquidare le posizioni o mettersi al ribasso lo poteva fare soprattutto sui titoli a maggiore capitalizzazione mentre sui piccoli il crollo dei volumi e la mancanza di liquidità costringeva molti investitori a mantenere più facilmente quelle azioni in portafoglio.

Il fascino delle “small cap” resta quindi immutato per quanto negli ultimi anni il pubblico di investitori sia profondamente cambiato. I piccoli investitori, che erano rimasti molto attratti dai “titolini” all’inizio del 2000, sono stati decimati in questi anni dal pesante andamento borsistico generale e dalla difficoltà di “maneggiare” questo tipo di titoli senza una strategia chiara e/o una capacità di analisi rigorosa e periodica. Gli stessi gestori di fondi italiani hanno diminuito molto il peso nei loro portafogli di small e medium cap, puntando maggiormente su blue chip o azioni straniere. In controtendenza invece i gestori esteri come confermato da uno studio recente di Ir Top e curato dall’ad Anna Lambiase, amministratore delegato che ha evidenziato come i maggiori “fan” delle small cap italiane “stellate” siano… i gestori stranieri.

E in confronto l’andamento dell’indice FTSE MIB 40…

Tutte le 74 società del circuito Star valgono poco più di Saipem…

Innanzitutto qualche numero. Tutte le aziende quotate a Piazza Affari capitalizzano circa 608 miliardi di euro. Quelle appartenenti all’indice S&P Mib40 valgono da sole poco meno di 400 miliardi. Le 74 società a piccola e media capitalizzazione che fanno parte dell’indice Star valgono tutte insieme 18,5 miliardi di euro. Solo il 3% circa di Piazza Affari.

Secondo questo studio il 64% delle Star company vedeva nel proprio azionariato almeno un investitore istituzionale rilevante, mentre il 32% ne evidenziava almeno due.
Il numero  complessivo degli investitori istituzionali, sulla base dei dati Consob al 2 marzo 2011, è pari a 71 (di cui 55 stranieri e 16 italiani), per un valore complessivo dell’investimento pari a 1,2 miliardi di euro (7% dell’intera capitalizzazione del segmento). Ma soprattutto gli investitori  esteri rappresentano il  77% del  totale e detengono un investimento complessivo pari a 1 miliardo di euro. Bastava peraltro partecipare all’ultima edizione dello Star Conference per rendersi conto della presenza massiccia di investitori esteri mentre gli analisti e gestori italiani sembrano invece da tempo in fuga da questo mercato.

Nemo propheta in patria…

All’ultima edizione della Star Conference di Borsa Italiana si è registrata la presenza di 66 società (su un totale di 73 Star) e 181 investitori in rappresentanza di 105 case di investimento per oltre 1000 meeting one-to-one richiesti.

Ad oggi la capitalizzazione complessiva delle società Star e’ di 18 miliardi di euro, mentre quella media è di 240 milioni di euro (all’incirca la taglia di una società come CAIRO COMMUNICATION di cui dopo aver partecipato allo Star Conference abbiamo intervistato qui il presidente e maggiore azionista Urbano Cairo) e un flottante medio del 38%.

«Con 992 milioni di euro – continua Lambiase – gli esteri detengono l’84% dell’investimento complessivo (pari a 1,2 miliardi), nonché il 6% della capitalizzazione totale del segmento». Passando dai 17 milioni di euro del 2001 agli attuali 55. E non solo. Gli investimenti da parte di soggetti istituzionali stranieri con il tempo si sono anche differenziati. A livello mondiale, ad esempio, vi è stata una crescita di interesse nel Nord America (la cui quota è passata dal 14% al 24%) e un iniziale ingresso di capitali asiatici. Mentre in Europa ad aumentare in modo significativo il proprio peso sono stati gli azionisti svizzeri (cresciuti da 2% al 12%), quelli dei Paesi nordici (passati dal 2% all’11%) e quelli inglesi (saliti dal 30% al 34%).

I vantaggi delle “piccole”. Pochi in Italia gli specialisti eppure…

Se la locomotiva Italia viene politicamente ed economicamente considerata in serie difficoltà (e speriamo non diretta verso un binario morto) le piccole (ma non solo quelle) stelle del “made in Italy” fra le imprese quotate sembrano invece fornire un’immagine decisamente più brillante.

Maggiore flessibilità, linea di commando “corta”, crescente attenzione all’internazionalizzazione… sono queste alcune delle caratteristiche vincenti delle mid cap italiane, considerato che il maggior numero di società che fanno parte di questo segmento sono concentrate soprattutto nel settore industriale.

Nei nostri portafogli (soprattutto di tipo fondamentale o nel portafoglio proprio dedicato ai titoli quotati allo Star, TREND ITALIA, visualizzabile qui) una fortissima attenzione è sempre data a questo segmento di mercato e questo spiega anche buona parte dell’extra performance realizzata nell’ultimo decennio. Ma per investire su questo mercato, oltre che farlo direttamente (con o senza l’ausilio di consulenti), un’altra soluzione molto praticata è farlo tramite fondi specializzati. Fra i più longevi del panorama del risparmio gestito italiano e specializzato nelle small e medium cap vi è sicuramente Fondersel Pmi della società Ersel, una società di gestione del risparmio che ha sempre posto una particolare attenzione a questo tipo di società.

E parlare di Ersel (oltre 7 miliardi di euro di attività gestite) significa parlare di una delle società di gestione del risparmio di maggiore storia e risultati in Italia visto che affonda le radici nel 1936 quando Giuseppe Giubergia diventa agente di cambio a Torino, mettendosi in proprio.

Nasce negli anni il più grosso studio della città e negli anni ’70 e ’80, sotto la guida di Renzo Giubergia, la seconda generazione, molte delle operazioni più importanti passano così da questo studio che col passaparola e una gestione discreta quanto attenta conquista una quota di clientela importante. E non solo a Torino. E totalmente bipartisan, come si direbbe oggi visto che in quegli anni è alto lo scontro fra i fan dell’Avvocato come dell’Ingegnere ma presso questo studio transitano operazioni importanti di tutte e due le parti.

Nel 1984 è questo gruppo (con Sogersel) a entrare per primo nel moderno mondo del risparmio gestito con il lancio dei primi fondi di investimento (l’’autorizzazione di Bankitalia porta il numero uno) e oggi il gruppo Ersel è guidato da Guido Giubergia (la terza generazione), presidente e amministratore delegato che proprio da pochi giorni ha annunciato l’apertura di una sede a Londra dove saranno concentrate le attività di ricerca e analisi dei migliori gestori esterni.

Qual è la visione sulle small e medium cap italiane di questa società? Quali le azioni quotate a Piazza Affari ritenute fra le storie più interessanti e perché? Ne abbiamo discusso con Marco Nascimbene, uno dei più importanti gestori azionari del gruppo che segue proprio Fondersel Pmi, il fondo dedicato alle “piccole e medie” stelle italiane.

Le domande a Marco Nascimbene, gestore azionario di Fondersel Pmi. Ecco l’intervista…

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