Era il 27 agosto 1859 quando il primo pozzo di petrolio commerciale negli Stati Uniti iniziava la produzione. Partiva coos la corsa all’oro nero ma anche la civilizzazione moderna. Fino ad allora il petrolio era certo conosciuto e utilizzato ma in modo, tutto sommato, rudimentale e non in grande scala. Con la nascita del mercato dell’illuminazione occorreva trovare un combustibile abbondante e a buon mercato.
Fino a metà dell’800 ci si illuminava con candele (cera d’api) o olio di balena. Fu coos che un gruppo di investitori si affidò al colonnello Edwin Drake, devoto della chiesa episcopale, anche per sperimentare un marchingegno a vapore di sua invenzione capace di bucare in profondità il terreno. Erano in molti a deridere Edwin Drake e la sua macchina, ma il 27 agosto 1859 dalla buca che stava scavando, a soli 21 metri sotto terra (e lui si aspettava di dover andare fino a 50-60 metri) la dura roccia cedette il posto a un liquido nerastro e puzzolente che iniziava a zampillare. E’ il primo giacimento di Titusville in Pennsylvania che inaugura l’era del petrolio. E della modernità intesa come civiltà delle macchine. L’abbondanza di idrocarburi a basso costo ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo della modernità e alla crescita della ricchezza.
Da alcuni anni l’attenzione verso le cosiddette energie alternative e rinnovabili è diventato fortissimo. Merito di una maggiore coscienza ecologica ma anche di una maggiore consapevolezza che la pacchia del petrolio a prezzi bassi sta finendo visto che questa materia prima non è infinita insieme a considerazioni geo-politiche. Basti pensare che l’Arabia Saudita detiene circa il 25% delle riserve di petrolio conosciute di tutto il mondo e nell’area del Golfo Persico si stimano in circa il 65% le riserve petrolifere dell’intero pianeta con una produzione che copre il 30% del totale mondiale ed è quindi l’unica area in grado di soddisfare le richieste energetiche future.
Ma l’era del petrolio sta veramente finendo e siamo agli “sgoccioli” come sostengono i seguaci della “teoria del picco”? E’ stato un geologo della compagnia petrolifera Shell, Marion King Hubbert, a formularla negli anni ’50. L’idea alla base della “teoria del picco del petrolio” è che questa risorsa, non essendo infinita, prima o poi arriverà al declino seguendo una rappresentazione grafica simile a una curva a campana. Sebbene fosse stato scarsamente preso in considerazione dai suoi colleghi del settore, Hubbert centràla previsione visto che dagli anni’ 70 in poi negli Stati Uniti la produzione di petrolio ha iniziato a calare.
Secondo i seguaci di questa teoria il top della produzione mondiale di petrolio è stato raggiunto in questi anni (o ci siamo molto vicini) ed è iniziata già l’inevitabile fase discendente. Il rialzo dei prezzi, talvolta drammatico, a cui abbiamo iniziato ad assistere (come il top di 150 dollari al barile raggiunto lo scorso anno) è solo un prodromo di quello che accadrà . Aggravato anche da una domanda di energia che si è moltiplicata con l’irrompere sul palcoscenico mondiale di alcune economie estremamente voraci di petrolio e fonti assimilate come la Cina e l’India. Basti pensare che fra il 2000 e il 2007 la domanda giornaliera di petrolio è cresciuta di 9,4 milioni di barili. E quasi l’85% di questo incremento è venuto dai Paesi Emergenti.
In pratica, secondo i più pessimisti ancora pochi decenni e il mondo entrerà in “riserva” se non proprio in un “collasso energetico”. Difficile farsi un’opinione super partes sull’argomento poichè è bene ricordare che già altre volte negli ultimi decenni si era già gridato alla catastrofe energetica. Nel 1910 il Servizio Geologico degli Stati Uniti affermò che i pozzi si sarebbero esauriti nel giro di un ventennio.
Un allarmante articolo comparso nel 1951 sul «New York Times» annunciava che, in base alla stima di allora, le riserve petrolifere conosciute avrebbero permesso di produrre idrocarburi ancora per poco. Già alla fine degli anni ’60, secondo questo studio, si sarebbe rimasti all’asciutto. Ma lo studio del passato che ha maggiormente destato scalpore e controversie fu quello elaborato negli anni ’70 dal Massachussets Institute of Technology e fatto proprio da un centinaio di scienziati e Premi Nobel associati al Club di Roma e che riguardava proprio i limiti dello sviluppo.
Si prediceva già allora che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. Le polemiche su quello studio durano ancora oggi visto che sulla data di “scadenza” delle fonti fossili non c’è mai comunione di veduta fra gli scienziati e la lotta fra gli ottimisti e i pessimisti è senza esclusione di colpi. Anche perchè qualsiasi previsione si basa sul rapporto tra la quantità di riserve economicamente producibili nel mondo e la quantità di idrocarburi prodotti all’anno. Il cosiddetto fattore «R/P».

Capire quanto petrolio ci sia sottoterra è quindi un mistero per quanto alti prezzi del petrolio aiutano sicuramente gli investimenti nel settore come si è già visto negli ultimi 2 anni. Ma evidentemente il petrolio o i giacimenti di gas naturali che si scoprono oggi sono sempre più di frontiera. Il petrolio “leggero” (di facile raffinazione) e “dolce” (non troppo carico di zolfo) sarà sempre più difficile da trovare come dimostra Tiber, il maxi-giacimento scoperto dalla British Petroleum nel Golfo del Messico un mese fa. Una scoperta apparentemente clamorosa visto che è un giacimento classificato come gigante, forte di almeno mezzo miliardo di barili di greggio recuperabili. Andare a prendere tutto questo petrolio non sarà peràuna passeggiata visto che si trova in mezzo all’oceano, a 400 chilometri a sud-est di Houston (Usa) in acque fra le più profonde mai scoperte dall’industria petrolifera e del gas: circa 10,6 chilometri di profondità . Non certo un buco nell’acqua. Il picco globale potrebbe, secondo l’Aie (l’agenzia internazionale dell’energia), essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari.
“Dall’inizio degli anni 80 consumiamo più di quanto troviamo. Gli investimenti di cui si parla appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata – osserva Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia (l’associazione per lo studio del picco del petrolio, del gas e delle materie prime) e primo ricercatore dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr – La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010”.
Il passaggio dagli idrocarburi alle energie cosiddette alternative o rinnovabili (vento, sole, biomasse) non sarà quindi un passaggio facile e immediato. “Le energie rinnovabili sono affascinanti e probabilmente contribuiranno in modo crescente al nostro fabbisogno energetico. Ma non sono, e non lo saranno nemmeno domani, la soluzione.
“Vento e sole rappresentano certo il futuro ma i prossimi anni saranno comunque sempre a favore del petrolio e del gas naturale”. Parola di Emanuele Oggioni, gestore azionario Europa di Saint George Capital Management, società svizzera di gestione del risparmio del gruppo Fondiaria Sai e che in questa inchiesta conversa a fondo con l’ufficio studi di BorsaExpert.it.
Il settore delle energie pulite è salito moltissimo negli anni passati ma nell’ultimo anno si è assistito a uno sboom. Il fascino delle energie alternative resta elevato ma le minacce e i pericoli sempre in agguato. La vittoria in Germania della Merkel e del centro-destra ha rilanciato l’opzione nucleare e ha provocato un’immediata reazione negativa verso i titoli delle energie rinnovabili anche perchè si parla sempre più di tagli ai sussidi e agli incentivi.
“Molte società quotate fino a poco tempo fa erano a piccola e media capitalizzazione borsisistica. È logico quindi che questi titoli si muovano con una volatilità elevata quando arrivano flussi ingenti sull’azionario, gonfiando o sgonfiando velocemente le quotazioni. Quando poi il petrolio sale, come nel 2008, si creano delle vere e proprie mode da bolla speculativa. Ora peràsi può riguardare il settore ed essere molto selettivi”. E anche informati visto che nel settore delle rinnovabili si susseguono le tecnologie.
“Ora la tecnologia più nel solare sembra il CSP (concentrated solar thermal power) che dà il suo meglio in aree desertiche o semi desertiche e sfrutta specchi che concentrano la luce solare generando temperature elevatissime (come gli impianti di Abengoa realizzati in Spagna vicino Siviglia). Queste temperature rimangono elevate per diverse ore dopo il tramonto del sole, coos da poter generare ulteriormente energia elettrica. Si tratta quindi del sistema più efficiente e anche più economico al momento (costa circa il 20% in meno delle tecnologie solari a pannelli)”.
Picco o non picco rinunciare alle fonti fossili non è facile e la loro resa energetica è tuttora ineguagliabile. Oggi il 62% della produzione di energia proviene dal petrolio e dal gas naturale e secondo alcuni studi per tutto questo secolo il contributo di queste risorse (con un sorpasso del gas naturale sul petrolio) resterà sopra il 50% gradualmente sostituito da fonti alternative, alcune rinnovabili (energia eolica, solare…), altre no (nucleare, carbone…).
Nonostante, infatti, i fortissimi investimenti nel settore la quota di energia prodotta dalle “rinnovabili” è ancora limitata. Poco più del 10%. Il mondo va a petrolio (37% dei consumi), gas naturale (25%), carbone (23%) e nucleare (5%). Le energie rinnovabili pesano ancora poco seppure i massicci investimenti nel settore potrebbero accelerarne la crescita.
Ma questo numero di Money Report non parla solo dei pro e contro (oltre che degli strumenti più adatti) di investire sulle energie rinnovabili.
In questo numero potrai, infatti, leggere e approfondire, altri argomenti molto interessanti come:
BROKER ONLINE AI RAGGI X: Il trading online di Banca Unipol. Abbiamo valutato offerta, condizioni e funzionamento e il nostro giudizio è…
ETF AI RAGGI X: Anche se dispone di un capitale contenuto, chi ritiene che le fonti di energia alternative sostituiranno gradualmente i combustibili fossili tradizionali e il carbone, può costruirsi, con gli Etf quotati a Piazza Affari, un portafoglio diversificato di titoli delle più grosse società che nel mondo producono energia alternativa: eolica, solare, geotermica e idroelettrica. I pro e contro che deve conoscere un risparmiatore…
CONTI DI DEPOSITO AI RAGGI X: Le migliori banche dove parcheggiare i propri soldi e che offrono il miglior rapporto rischio/rendimento per investire la propria liquidità
IL BOND DEL MESE: Un titolo obbligazionario convertibile che a scadenza rende oltre il 14%. Ma che è molto rischioso quindi…
DENARO & LETTERE: Il conto Freedom (Banca Mediolanum) offre davvero un “grande rendimento” o è un’offerta civetta?
SOTTO LA LENTE: Delisting a Piazza Affari: da Fmr Art’e’ a Permasteelisa quando gli azionisti di maggioranza fanno i furbetti
BAROMETRO SUI MERCATI: Ai lettori di Money Report offriamo un sistema “stupido” ma efficace che dice quando essere investiti sulle azioni o sui vari mercati e settori
QUESTIONI FONDAMENTALI: GRANITI FIANDRE, piccolo è bello? Inoltre parliamo di PIRELLI & C. , la holding di Marco Tronchetti Provera: vale la pena diventarne soci?




















