Basti ricordare che fra i cosiddetti Paesi Emergenti quasi una trentina nell’ultimo secolo hanno fatto default, ovvero non hanno rimborsato i titolari del debito, e quindi è estremamente importante non solo diversificare molto il rischio ma anche monitorarlo continuamente pronti anche a prendere la “fuga”. Inoltre l’esposizione in obbligazioni dei paesi emergenti significa anche esporsi nella maggior parte dei casi a un investimento in valuta: un rischio ulteriore che si deve saper poter valutare e gestire
Un’unica etichetta, miriadi di mercati
Secondo la Banca Mondiale l’economia cinese avrà una crescita nel 2010 del 9,50% e nel 2011 del 8,90%. Secondo alcuni esperti entro pochi anni il PIL della Cina supererà quello degli Stati Uniti d’America. Dall’India la Banca Mondiale si attende una crescita del 7,5% nel 2010 e dell’8% nel 2011. L’economia russa ci si aspetta che cresca del 3,2% nel 2010 e del 4,20% nel 2011. Mentre il Brasile, il paese più importante da un punto di vista economico del Sud America, ci si attende una crescita del 4,7% nel 2010 e del 4,20% nel 2011.
In Europa la crescita economica invece langue. La Grecia, l’irlanda e la Spagna sono in recessione. La Germania sta vivendo un nuovo rinascimento e si stima una crescita di almeno il 3% per il 2010. Ma già la Francia, che è la seconda economia d’Europa, è ferma al palo. La crescita del Pil per quest’anno non arriverà al 1,3% che è più o meno la crescita media che ci si attenda dall’Europa. Tutti numeri che fanno pensare agli investitori che i Paesi Emergenti abbiamo migliori prospettive da un punto di vista borsistico dei paesi sviluppati.
Ma i Paesi Emergenti non sono interessanti solo per chi investe in Borsa, ma anche per chi preferisce alle azioni i più tranquilli bond. E su questo fronte i Paesi Emergenti, grazie a bilance commerciali in attivo, sono spesso messi meglio degli altri paesi sviluppati, affossati da indebitamenti fuori controllo. Problema che non coinvolge solo i disastrati Pigs (ovvero Portagallo, Irlanda, Grecia e Spagna) ma anche Paesi come gli Stati Uniti il cui deficit commerciale è in costante aumento. I dati parlano chiaro. Il rapporto Debito/Pil degli Stati Uniti è pari a 92,6, quello della Cina è di 17,7.
Il rapporto debito/Pil della Germania è migliore di quello statunitense ed è pari a 78,8 ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello dell’India: 55,6 e a quello del Brasile 59,2. A chi conviene quindi prestare i propri soldi? E quali sono gli strumenti a disposizione degli investitori che vogliono diversificare il proprio portafoglio, e non si vogliono limitare ai titoli di stato europei o americani?
Un unico Etf, centinaia di fondi
Le obbligazioni che l’etf può detenere devono avere:un rating creditizio minimo sul debito a medio-lungo termine uguale o superiore a B– nel caso di rating assegnato da Standard & Poor’s o a B3 nel caso di rating assegnato da Moody’s; un rating creditizio massimo sul debito a medio-lungo termine uguale o inferiore a A– nel caso di rating assegnato da Standard & Poor’s o a A3 nel caso di rating assegnato da Moody’s. L’etf investe su titoli con vita residua compresa tra i 5 e i 30 anni. Le obbligazioni possono essere denominate in euro, sterline UK, dollari USA, dollari canadesi o yen. L’ETF è coperto dal rischio di cambio. Da inizio anno l’Etf guadagna l’8,5%. Peccato che non sia molto liquido.
Le statistiche più recenti di Borsa Italiana ci dicono che di questo Etf nei primi sei mesi dell’anno sono stati scambiati poco più di 5000 contratti per un controvalore di 66 milioni 800 mila euro. Circa mezzo milione di euro al giorno. Non si tratta quindi di uno degli Etf maggiormente scambiati e questo incide sulla sua liquidità. Nonostante il basso costo di gestione rispetto a un fondo (lo 0,55% di commissioni di gestione contro oltre il 2% applicato mediamente da un fondo ma la distanza reale fra prezzo denaro e prezzo lettera dell’Etf in questione può oscillare anche dello 0,8%) meglio passare attraverso le forche caudine del risparmio gestito (se si opera con capitali significativi) rispetto al pilota automatico dell’Etf per chi vuole puntare sulle obbligazioni dei paesi emergenti.
Tutti pazzi per i bond degli emergenti
Oltre 400 fondi possono bastare, ma quale scegliere?
- Pimco Emerging Market Bond
- Morgan Stanley Emerging Market Debt
- Fidelity Emerging Market
- Mellon Emerging Market Debt
- Templeton Emerging Market Bond
- Jp Morgan Emerging Debt
- Black Rock Emerging Market Bond Euro
- Schroder Emerging Market Debt Absolut Return EUR Hdg C Cap EUR
Entrare e uscire dai mercati al momento giusto
Chiudere l’operazione il 3 agosto 2007 ha significato come si vede dal grafico evitare una perdita del -46,33%. Certo il sistema non è perfetto né infallibile. Non entra nei punti di minimo e esce nei punti di massimo! Né è esente da falsi segnali. Ma si propone di cercare di cavalcare parte delle fasi positive soprattutto di tagliare (non eliminare) le perdite. Per ottenere globalmente un risultato migliore del mercato. Cosa che non riesce alla maggior parte degli investitori anche (e soprattutto) professionali.
In conclusione valutare di inserire nel proprio patrimonio una quota di obbligazionario emergente è sicuramente una buona idea ma farlo in modo passivo (e questo vale a nostro parere per qualsiasi investimento ) o solo perché “così fan tutti” o perché “nell’ultimo anno il tal fondo o mercato ha fatto una performance incredibile” ci sembra molto rischioso.
Basti ricordare che fra i cosiddetti Paesi Emergenti quasi una trentina nell’ultimo secolo hanno fatto default, ovvero non hanno rimborsato i titolari del debito, e quindi è estremamente importante non solo diversificare molto il rischio ma anche monitorarlo continuamente pronti anche a prendere la “fuga”. Inoltre l’esposizione in obbligazioni dei paesi emergenti significa anche esporsi nella maggior parte dei casi a un investimento in valuta: un rischio ulteriore che si deve saper poter valutare e gestire.
I mercati (come la natura) cambiano in continuazione e come ha insegnato un certo Charles Darwin in tutt’altra disciplina sopravvivono soprattutto i soggetti più in grado di adattarsi al cambiamento. La natura (anche dei mercati finanziari) sa purtroppo nel tempo essere anche spietata con chi non vuole adattarsi al cambiamento, non adottando strategie flessibili e attive e/o fidandosi di chi vende soluzioni basate sui “benchmark” ovvero la semplice fotocopia degli indici di mercato.





















