feb 172012
 

E così i vertici di Banca Popolare di Milano della stagione-estate autunno 2009 sono stati indagati per truffa continuata per la “stangata” data al mercato nel collocamento del famigerato convertendo BPM che ha procurato ai sottoscrittori perdite in poco più di 2 anni arrivate al 90%. Nel mirino in particolare Enzo Chiesa che ai tempi dell’emissione era condirettore e da qualche giorno si è dimesso dalla carica (con una buonuscita di 2,3 milioni di euro per l’ottimo lavoro fatto…), l’ex direttore generale Fiorenzo Dalu e il responsabile della funzione compliance, Ivano Venturini insieme all’ex presidente Massimo Ponzellini.

Un’indagine partita dopo la denuncia alla procura di centinaia di obbligazionisti che hanno visto il proprio investimento “sicuro” squagliarsi come neve al sole. Perché migliaia di risparmiatori hanno sottoscritto questa obbligazione “trappola infernale”? Potrebbe succedere anche a voi? E magari nel vostro portafoglio custodite una “perla” simile? Ci sono vari punti di interesse nell’analizzare questa vicenda e in tutto ciò l’organo di controllo (leggi la Consob) non ne esce un granchè bene. Vediamo prima di tutto le cose dal punto di vista formale: poteva un cliente della BPM capire che questa obbligazione era una ciofeca? Teoricamente sì.

Bastava “solo” leggere il prospetto informativo di oltre 200 pagine dove alla pagina 96 era scritto che la probabilità di perdere i soldi investiti era del 68,5%. Ma quante persone leggono i prospetti informativi e quante ci capiscono qualcosa di quello che c’è scritto nonostante quando sottoscrivono un prodotto finanziario firmino di aver letto e consultato pure l’agenda di Barbanera? Quasi nessuno o una percentuale veramente bassa.Tante informazioni, così tante e scritte in modo complesso da essere inutili…

La beffa dei prospetti informativi fatti apposta sembra per imbrogliare…

Anche perché se anche uno volesse leggersi molti di questi documenti informativi oltre alla difficoltà di trovare le vere informazioni rilevanti scoprirà che sono scritti con un linguaggio difficile e spesso incomprensibile anche agli stessi addetti ai lavori. E confessiamo che anche noi che lavoriamo da qualche lustro in questo settore di fronte a molti regolamenti di prodotti obbligazionari strutturati fatichiamo spesso a raccapezzarci se non dedicando molto tempo e nei casi più estremi chiedendo aiuto ad altri specialisti con cui siamo soliti scambiare opinioni e contribuiti per risolvere questi lunghissimi rompicapi. E’ normale che accada tutto questo?

E’ un caso? E’ questo un mercato finanziario serio e regolamentato o invece qualcosa che assomiglia di più a ciò che in Sicilia si definisce “giucari a futticumpagnu”? O quello che in termini più eleganti diceva un certo John M. Keynes “una guerra di astuzia, il cui scopo primario è quello di mettere nel sacco la gente, e riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva o svalutata»

Ci auguriamo che non sia così ma per toglierci dalla testa questo pensiero ci piacerebbe che nelle prossime settimane il governo Monti affrontasse questo dossier convocando la Consob (capendo se ha poteri per intervenire su simili questioni già da subito o ha bisogno di una sveglia o di una normativa più ficcante), le banche, le associazioni dei consumatori e quelle dei consulenti finanziari per capire se si può fare qualcosa (e secondo noi sì e potremmo nel caso suggerire almeno una decina di provvedimenti di semplice buon senso) per tutelare veramente i risparmiatori italiani e andare verso quella “moderazione del costo della vita” a la riduzione delle «rendite di posizione, che sono tasse occulte» e “dire no ai monopoli e ai privilegi va mano nella mano con la giustizia sociale“.

Frasi (queste che abbiamo messo fra virgolette) che sono state pronunciate proprio dallo stesso Mario Monti negli ultimi mesi in conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche. E che ci sono piaciute moltissimo. Ma che vorremmo vedere anche trasformarsi non solo in dichiarazioni di principio ma in provvedimenti reali perché altrimenti fra politici (“vecchi” e di qualsiasi schieramento) e tecnici “nuovi” non potremo mai spiegare ai nostri figli qual è la vera differenza quando si parla di tutela del risparmio.

Sono passati oltre 80 anni da questa intuizione (e non la sola) di uno dei più importanti economisti dello scorso secolo ma siamo ancora a quanto pare all’età della pietra nel campo della regolamentazione bancaria e dei mercati finanziari. E dove se formalmente tutto è a posto se si guarda a quante authority sono state create in tutti i settori, nella sostanza siamo sempre alla guerra di astuzia dove il pesce grande si pappa quello piccolo. In un libro (“Il risparmiatore ingannato”, Passigli editore) dove racconta la sua esperienza come presidente della Sec, la massima autorità di controllo sui mercati finanziari statunitense, Arthur Levitt, ha ricordato un interessante episodio al riguardo.

Alla sua nomina (nel 1993) dovette, infatti, vendere tutte le azioni e le obbligazioni che possedeva mentre si preparava a entrare alla Sec come presidente, per non essere poi accusato di eventuali potenziali conflitti d’interesse. Fu quella la prima volta che valutò di acquistare fondi comuni dato che negli anni precedenti era stato manager di primo livello di aziende proprio nel settore dell’intermediazione titoli a Wall Street e curava in proprio il suo portafoglio. “Quando mi misi a studiare con attenzione i prospetti informativi del fondo, ciò che mi infastidì veramente fu soprattutto l’impossibilità di capire i documenti. La mia prima reazione fu d’imbarazzo. Poi improvvisamente capii: se uno con venticinque anni di esperienza nel settore titoli non era in grado di decifrare il gergo utilizzato, immaginiamoci la frustrazione di un risparmiatore medio. I prospetti del fondo erano scritti in un linguaggio giuridico impenetrabile, da e per avvocati esperti in titoli. Avrei presto scoperto che questa era solo una delle discutibili abitudini del risparmio gestito”.

Sono passati quasi 20 anni da questa “intuizione” dell’ex presidente della Sec e qualche piccolo passo in Europa è stato fatto nel campo per esempio dei fondi con l’introduzione dallo scorso 1° luglio del prospetto semplificato, il cosiddetto Kid. In poche pagine dire tutto l’essenziale che un risparmiatore deve sapere per comprendere con un linguaggio comprensibile il fondo acquistato. Ma la strada è ancora lunga e peraltro sono molti i risparmiatori (e persino gli addetti ai lavori) che nemmeno oggi, a oltre 7 mesi dall’entrata in vigore di questo provvedimento, sanno in realtà di questa piccola innovazione e continuano nella maggior parte dei casi a firmare o cliccare e dare l’assenso a tutto quando sottoscrivono un prodotto senza leggere alcunché.

Nel mercato obbligazionario siamo ancora molto indietro su questo fronte e soprattutto da quel buonsenso che consiglierebbe di indicare nella prima pagina di qualsiasi documento informativo in modo chiaro e comprensibile le caratteristiche di ogni obbligazione o prodotto finanziario più complicato di un gelato alla vaniglia. E magari male non farebbe che una volta che la società scrive il regolamento sottoponesse il testo e soprattutto quella della paginetta iniziale all’autorità di controllo per l’approvazione, coinvolgendo magari in questa opera un tavolo delle associazioni dei consumatori. Meglio prevenire che curare, no?

E dando poi naturalmente pubblicità alla cosa in modo adeguato in modo tale che ciascun risparmiatore possa sapere che anche in un documento di 200 o 300 pagine (tali sono diventati oramai molti prospetti informativi) c’è una paginetta iniziale dove sono raccolte tutte le informazioni essenziali e scritto magari in evidenza che su quel prodotto che sta sottoscrivendo esiste il 68,5% delle possibilità che perderà! Viene il lecito sospetto però che in Italia (ma non solo) la tutela del risparmiatore interessi come ai giapponesi quella delle balene (che infatti preferiscono fiocinare e ridurre a tocchetti per farne sushi e sashimi).


Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ovvero dell’illimitata fiducia di molti risparmiatori nei confronti della propria banca…

Vi è un altro aspetto poi da considerare e non da scartare: la fiducia cieca del risparmiatore nei confronti della propria banca incarnata magari nello sportellista, nel funzionario o nel promotore dell’istituto. “La banca è la banca” e fino a qualche tempo la fiducia in questa istituzione era pari, secondo le rilevazioni statistiche, a quella per i Carabinieri e le forze dell’ordine. La storia di questi anni dovrebbe avere invece insegnato che gli istituti di credito non sono enti di beneficienza la cui preoccupazione principale è arricchire i risparmiatori ma evidentemente questo messaggio fa una certa fatica a passare.

E basta vedere peraltro il depliant o uno spot di una banca per vedere come su questo “equivoco” si fondi buona parte del marketing bancario e finanziario. Famiglie felici, sicurezza, protezione, capacità di far fruttare i risparmi affidati, la banca che vi dà una mano e vi aiuta a realizzare i vostri desideri, contributo all’economia del proprio territorio o della nostra Patria… Questo è l’immaginario”erotico” a cui le banche attingono per promuovere i propri prodotti e il proprio brand…


Anatomia di una “fregatura”: l’identikit di chi ha sottoscritto i bond BPM secondo le testimonianze arrivate alla Procura.

Fra i “bidonati” da Banca Popolare di Milano con questo famigerato prestito convertendo (una obbligazione che di obbligazione aveva solo il nome perché di fatto non lo era salvo un tasso d’interesse alto, il 6,75%, che serviva giusto per accalappiare i clienti più sprovveduti e che guardavano solo il rendimento) c’erano, infatti, spesso i clienti più fedeli e danarosi dell’istituto milanese. Le testimonianze dei clienti della Bpm ascoltati dagli uomini della Guardia di finanza hanno, infatti, evidenziato quasi sempre la stessa storia: risparmiatori con basso profilo di rischio convinti ad acquistare un’obbligazione speculativa e strutturata senza averne la consapevolezza, traditi dalla fiducia verso la loro banca.

Risparmiatori spesso benestanti la cui intenzione era di mettere al sicuro i propri soldi. Ha raccontato bene il Sole 24 Ore con un articolo del solito bravissimo Stefano Elli le storie di molti di questi clienti in un articolo che vale la pena riprodurre nella parte delle testimonianze per farsi un’idea del “pelo sullo stomaco” che i funzionari di una banca possono avere nel collocare prodotti “spericolati” alla propria “migliore” clientela:

“C’è la venditrice ambulante, ormai in pensione, che ha spiegato di essere stata contattata dal direttore della sua filiale Bpm e convinta a sottoscrivere il bond per un valore di 30mila euro. Voleva conservare il capitale. La perdita è stata invece tra il 70 e il 90%. E poi la casalinga che ha investito 50mila euro, parte dei soldi ricevuti dall’assicurazione per la morte del marito. Puntava a una rendita che non c’è stata. Lunga, anche, la schiera dei clienti da decenni fedeli alla banca. Uno di loro era da trent’anni correntista della Bpm. Spaventato dall’andamento dei mercati ha disinvestito 50mila euro da un fondo comune e li ha dirottati sul convertendo. Una scelta che si è rivelata fallimentare. C’è poi chi è rimasto scottato in passato dai crack della Cirio e dei bond argentini e cercava un investimento a prova di fallimento. L’impiegato di banca gli ha proposto di investire nel convertendo e lui si è fidato. Nella carrellata di testimonianze c’è anche il pensionato che ha investito 400mila euro, la metà dei suoi risparmi, perché le obbligazioni che possedeva erano in scadenza. L’intero importo lo ha convogliato sul bond Bpm pensando che avesse lo stesso grado di rischio dei titoli appena liquidati. Un altro cliente ha bruciato quasi completamente l’eredità del padre. I soldi erano investiti in titoli di Stato e alla loro scadenza la banca lo ha convinto a sottoscrivere il bond. L’uomo ha dichiarato che voleva impiegare il suo denaro in maniera conservativa e che non immaginava che il convertendo avesse un tasso di rischio così elevato. Altri due pensionati hanno speso 200mila euro nel convertendo. Agli investigatori hanno dichiarato che l’impiegato di banca, con il quale avevano stretto un rapporto di fiducia consolidato da anni, aveva garantito che il titolo era sicuro. Entrambi, fino ad allora, avevano investito esclusivamente in obbligazioni e puntavano a conservare il valore dei risparmi. Gli uomini della Guardia di finanza hanno verificato che il loro profilo di rischio era inadeguato sotto tutti gli aspetti alle caratteristiche di un titolo strutturato come il bond convertendo. Tirando le somme, gli investigatori si sono accorti che gran parte delle persone ascoltate sono clienti storici della Bpm, con rapporti decennali e con una buona disponibilità di risparmi: in media 400-500mila euro. Ma tutti hanno alle spalle una storia di investimenti prudenti, generalmente titoli di Stato, obbligazioni e fondi comuni. La maggior parte di loro viene chiamata dalla banca alla scadenza dei titoli e tutti si vedono offrire l’investimento nel convertendo come prima opzione. Nessuno dichiara di aver ricevuto proposte alternative. Ma si fidano, e la fiducia li tradisce. Nessuno di loro ha sostenuto di essere andato in banca con l’intenzione di sottoscrivere il bond, eppure tutti hanno firmato il modulo in cui hanno certificato di essere stati essi stessi a richiedere il convertendo. In alcuni casi gli inquirenti hanno accertato che i profili di rischio sono stati alterati per renderli compatibili con un investimento così speculativo. Che il bond avesse caratteristiche insidiose era scritto chiaramente nel prospetto informativo, ma il documento non sarebbe stato consegnato a nessuno dei risparmiatori. E nessuno lo ha consultato sul sito della Bpm. Ora tocca alle indagini appurare come sono andate davvero le cose”.

Non dite al contadino quanto può essere opaco per un risparmiatore comune il mercato obbligazionario italiano… (quanto è buono il formaggio con le pere lo sa)

Il caso “convertendo BPM” è sicuramente un caso eclatante ma sarebbe sbagliato considerarlo un caso isolato e pensare che solo questa banca sia da mettere nel “libro nero” (anche se i nuovi vertici probabilmente cercheranno di far dimenticare e si spera… in meglio questa macchia). E basta ricordare in proposito uno studio pubblicato nel luglio 2010 da 4 ricercatori presso la Consob (R. Grasso, N. Linciano, L. Pierantoni, G. Siciliano) che hanno analizzato oltre 12.000 obbligazioni bancarie proposte ai clienti retail (cioè allo sportello) per un totale di oltre 580 miliardi di euro.

I risultati di questa analisi? “I rendimenti all’emissione per gli investitori al dettaglio non mostrano alcuna evidente correlazione con il rischio emittente e di liquidità e, a parità di altri fattori, sono inferiori di circa 90-100 punti base a quelli offerti agli investitori istituzionali. L’analisi ha inoltre evidenziato come, con elevata frequenza, tali rendimenti siano inferiori a quelli dei titoli di Stato domestici”.

Insomma la conclusione sostanziale è che nei confronti delle banche che emettono bond fidarsi è bene, non fidarsi è meglio… E che un risparmiatore normale ha una buona probabilità di vedersi rifilare dalla propria banca un prodotto con rendimenti più bassi di quelli di mercato e/o con caratteristiche che ne dovrebbero spesso sconsigliare l’acquisto. In pratica le stesse obbligazioni che dalle stesse banche vengono vendute ad investitori esperti rendono mediamente 90-100 punti base in più di quando vengono vendute direttamente ai clienti.

E quando vendono le loro obbligazioni ai clienti le banche offrono rendimenti che spesso non superano quelli di un titolo di stato con simile scadenza; addirittura le banche più rischiose riescono a vendere ai clienti obbligazioni con tassi di rendimento inferiori a quelli di una obbligazione con la stessa scadenza ma emessa dal Tesoro. E questa non è letteratura poiché sul campo in questi anni quando ci siamo trovati a esaminare portafogli di clienti, in una percentuale veramente elevata di casi ci siamo imbattuti in obbligazioni “limoni”: titoli che dopo il collocamento hanno visto le quotazioni spesso precipitare, spesso illiquide e che procurano agli sfortunati possessori dei discreti mal di pancia.

Dal punto di vista teorico a parità di scadenza con un titolo di Stato che rende il 5% è curioso che una banca nazionale riesca a collocare titoli in modo massiccio offrendo rendimenti del 4%: questa è invece stata fino a poco tempo fa quasi la regola. E non solo. Se sul mercato obbligazionario dei titoli già quotati (quello che si definisce in termini tecnici il ‘secondario’ o che un risparmiatore potrebbe considerare quello dell’usato) i bond della banca X rendono il 5% nel caso che la banca proceda a una nuova emissione sarebbe ragionevole attendersi che i nuovi titoli vengano collocati con un rendimento di pari grado o superiore. Questo accade invece soprattutto se la banca deve collocare i suoi titoli ad altri investitori istituzionali ma difficilmente se invece deve collocarli alla propria clientela, dove cercherà di collocare titoli nel mercato reale (e non in quello teorico dell’homo economicus) a un prezzo inferiore a quello di mercato.

Il risparmiatore tipico che sottoscrive questi titoli si fida, infatti, della propria banca e non fa simili confronti e peraltro nel prospetto informativo dei titoli nessuno gli impone di indicare questa banale informazione o pubblicarla magari (per essere così più in real time) su una pagina internet dedicata alle nuove emissioni dove informa correttamente i propri clienti delle condizioni a cui sta collocando la propria merce, facendo dei giusti paragoni. Perché la banca o l’intermediario non spieghi bene al risparmiatore che esista un mercato dell’’usato” e quanto rendono i titoli già quotati con simili caratteristiche a quelli già emessi è chiaro come è palese il conflitto d’interesse: se il risparmiatore comprasse il bond al mercato secondario (Mot o Tlx) invece che al collocamento (ovvero al mercato primario) quei soldi raccolti non arriverebbero alla banca.

E inoltre in termini commissionali collocare un titolo di nuova emissione porta all’intermediario più fieno in cascina. Potremmo citare centinaia di casi che nell’attività di consulenza su misura di MoneyExpert.it abbiamo esaminato in questi anni di simili “scippi legalizzati” fatti ai risparmiatori comuni tramite il mercato obbligazionario dove i comportamenti da legge della giungla (dove il più forte sbrana il più debole) sono quasi la costante. E il danno che il risparmiatore comune ricava da un simile comportamento è notevole: il titolo acquistato a 100 dal risparmiatore ingenuo (e talvolta incauto) dopo il collocamento vedrà, infatti, il suo prezzo adeguarsi a quello dei titoli già emessi perdendo magari 4 o 5 punti percentuali dopo poche settimane dal collocamento. E nel tempo il risparmiatore comune se le cose vanno bene (e non come è andata ai possessori del bond BPM convertendo 6,75% 2009-2013) vedranno sì restituirsi 100 più tutti gli interessi ma nel tempo di detenzione dell’obbligazione il loro capitale ha avuto un rendimento più basso di quello che sarebbe stato giusto attendersi.

Come può un risparmiatore difendersi e non essere una pecora da tosare? Come può un risparmiatore difendersi da questa quasi sistematica tosatura fatta nei suoi confronti? Evidentemente soprattutto informandosi, facendo domande e confronti e smettendo di avere nei confronti della banca o di qualsiasi intermediario un atteggiamento di cieca fiducia e passività o essere preda di questa forma di “sindrome di Stoccolma” dove la vittima sembra irresistibilmente attratta da quello che è spesso il proprio carnefice. “Ma io non ho tempo di dedicarmi a queste analisi, non è il mio lavoro, non ci capisco nulla….” obietterà qualcuno, magari deprimendosi nella lettura di documenti complicati dove le informazioni veramente importanti sono disseminate sapientemente in complicati capoversi fra centinaia e centinaia di pagine.

 

Si parla molto in queste settimane col governo dei “tecnici” di liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme per incentivare la concorrenza e migliorare la qualità dei servizi e la competitività con un beneficio infine per tutti i consumatori e il Paese. Ma riguardo al sistema bancario tutto questo “vento di rinnovamento” non sembra spirare e il sospetto di molti è che non solo come diceva il poeta Ezra Pound “i politici sono i camerieri dei banchieri” ma lo siano anche (e perfino di più) i cosiddetti “tecnici”.

Ci sono due strade che si aprono per il risparmiatore:

a) Scegliere un prodotto finanziario più semplice poiché come dice giustamente Warren Buffett “l’investimento deve essere razionale. Se non lo capite, non lo fate”

b) Rivolgersi altrimenti a qualcuno che sa “decrittare” quello che c’è scritto e fare un confronto come un esperto indipendente, una società di consulenza finanziaria per una “seconda opinione” e un parere super partes.

Il costo (o mancato guadagno) di voler fare da soli e lasciar decidere di fatto al venditore quello che è meglio per voi può costare molto caro come insegna la storia del “risparmio tradito” di questo ultimo decennio che assomiglia sempre di più a un saccheggio nei confronti dei risparmiatori italiani operato quasi sistematicamente dal sistema bancario (e non solo italiano) nei confronti dei risparmiatori come ha spiegato con arguzia e grande documentazione il professor Luciano Gallino in un saggio di qualche anno fa (“Con i soldi degli altri” , Einaudi Editore) purtroppo noto solo a pochi addetti ai lavori e appassionati della finanza dei “limoni”.


Monti fai qualcosa! Privatizzazioni, liberalizzazioni ok ma la tutela del risparmio dovrebbe venire prima di tutto…
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Infine evidentemente c’è un livello superiore in cui dovrebbe essere più correttamente affrontato questo problema che non è fatto solo di asimmetria informativa. Ed è quello che in un Repubblica dove nella Costituzione è scritto che “il risparmio è tutelato in tutte le sue forme” si passi finalmente dal lato teorico a quello pratico.

Nel caso del mercato obbligazionario (e non solo) l’informazione su cui il risparmiatore dovrebbe basare le sue decisioni dovrebbe essere nelle parti essenziali più chiara, concisa, completa e trovare spazio nelle prime pagine di ciascun prospetto, dando magari i rimandi più legati all’andamento dei mercati (come gli eventuali confronti) sulle pagine web degli emittenti.

Come un fruttivendolo è obbligato a esporre il prezzo della frutta con un cartellino e il suo prezzo (e non rimandando a un documento di 200 pagine dove si trovano anche queste informazioni) così una banca che vende un titolo dovrebbe fornire immediatamente le informazioni essenziali su ciascun prodotto collocato in una paginetta massimo due dove è sintetizzato all’inizio del documento tutto ciò che occorre veramente sapere, rimandando poi nel resto del documento e nei fattori di rischio (che oramai sono diventati quasi una barzelletta visto che includono anche cataclismi e invasioni degli alieni continuando di questo passo) tutto il resto delle informazioni.

E dando poi naturalmente pubblicità alla cosa e obbligando di fatto le banche e gli intermediari a comunicare questo cambiamento. Rendere meno opaco il mercato del risparmio secondo noi è possibile ed è solo una questione di volontà politica. Sarà pure importante liberalizzare il mercato dei taxi ma crediamo che in Italia se si vogliono colpire veramente rendite di posizione e tutelare economicamente i cittadini agire con decisione nei confronti di tutti i mercati (come quello del risparmio) dove l’opacità o vischiosità (per dirla con un eufemismo) è ancora elevata sarebbe non solo importante ma necessario.

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