dic 012011
 

Monaco: “Ricordati che devi morire!!!”.
Troisi: “Come?”.
Monaco: “Ricordati…che devi morire!!!”.
Troisi: “Va bene…”.
Monaco (in maniera incalzante): “Ricordati che devi morire!”.
Troisi: “Si’, si’ …no… m’o me lo segno, proprio… c’ho una cosa… Non vi preoccupate…”.

Povero risparmiatore italiano! Viene in mente il film “Non ci resta che piangere” e la discussione fra Troisi e un monaco diciamo… poco ottimista sulla vita terrena) a pensare al calvario che stanno attraversando milioni di risparmiatori italiani da diversi anni. Si avvicina l’Apocalisse finanziaria? C’è il concreto rischio che il Tesoro italiano o qualche banca italiana possa diventare insolvente e non poter a un certo punto restituire i quattrini ai creditori o depositanti?

Allettati in ogni modo a investire in Borsa, in fondi d’investimento e in titoli di Stato “sicuri” da chi gli raccontava che bastava solo “posizionarsi” e affidarsi agli esperti di banche e fondi per veder moltiplicare il proprio capitale hanno assistito invece in meno di un decennio alla demolizione di quasi ogni certezza. Dallo scoppio della bolla della new economy all’attacco alle Torri Gemelle e all’impero americano, dalla crisi dei mutui subprime e fallimento di Lehman Brothers alla crisi dei debiti sovrani dei paesi periferici dell’Unione Europea.. E tutto quello che secondo il passato doveva andare solo su (azioni, obbligazioni, hedge fund, materie prime) secondo un approccio facilone molto diffuso (che non è quello di chi edita questo sito come BorsaExpert.it e MoneyExpert.it che invece hanno sposato nell’ultimo decennio un approccio molto flessibile) ha invece tradito le aspettative.

Il debito sovrano questo sconosciuto..
Detto così potrebbe sembrare un problema isolato e circoscrivibile a qualche monarchico che ha emesso qualche assegno scoperto ma invece quello del debito sovrano è qualcosa di estremamente preoccupante se si è un po’ ansiosi. E non ci si fida più ciecamente delle previsioni della maggior parte degli economisti e dei governanti (tecnici inclusi) e si è arrivati all’idea che tutto, anche ciò che in teoria non dovrebbe mai accadere, può invece, soprattutto di questi tempi, verificarsi.

Inutile, infatti, a questo punto girarci intorno alla domanda della domanda che da qualche settimana frulla sempre più nella testa di molti risparmiatori italiani: tenere i soldi depositati nelle banche italiane è sicuro al 100%? Il Tesoro italiano ha veramente il “tesoro” con il quale rimborsare nei prossimi mesi e anni tutti i titoli in scadenza nel caso che continui a mantenersi queste condizioni dei mercati dove oramai ad ogni asta il prezzo che occorre pagare per convincere gli investitori sale di un punto percentuale ogni 2 settimane?

  • E se veramente l’euro andasse verso uno smantellamento o una disgregazione come con insistente e crescente refrain iniziano ad adombrare diverse banche d’affari internazionali cosa succederebbe all’Italia, all’euro e soprattutto ai depositi dei risparmiatori italiani?
  • Due gli scenari principali che si fronteggiano fra catastrofisti che si aspettano sempre più sicuri (e alcuni da lunghi data) la prossima Apocalisse finanziaria e fra coloro che invece ritengono semplicemente impossibile un simile evento. Quasi una lotta fra il bene e il male come in un episodio della saga di Harry Potter.
  • Ma il “banco” può saltare veramente ? Sia quello di qualche istituto di credito italiano o europeo o addirittura di un’intera nazione col rischio sempre presente di contagio crescente?
  • E se sì in in un simile scenario “catastrofista” (a cui mai naturalmente vorremmo assistere nella nostra vita e in quella dei nostri figli) quali sono le precauzioni da prendere per cercare di salvare il salvabile e limitarle (almeno parzialmente) nell’immediato i danni? A questo punto esistono (in Italia e non) banche, impieghi ed investimenti veramente sicuri?
  • Ci si può fidare veramente del Fondo Interbancario di Tutela Depositi che “garantisce” ogni correntista italiano per circa 100.000 euro a conto corrente nel caso la situazioni precipiti?
  • La Svizzera come ci chiedono alcuni risparmiatori preoccupati dell’attuale situazione economico-finanziario-politica italiana quanto può essere un porto “sicuro” per delocalizzare parte del proprio patrimonio? Quali i pro e contro di questa scelta e quali banche anche lì meglio evitare e nel caso come fare le cose bene (legalmente e alla luce del sole) e cosa si rischia invece nel tenere comportamenti da evasori?
  • Per come si stanno mettendo le cose (compreso il cambio di governo) c’è da preoccuparsi veramente della possibile applicazione di una tassazione di tipo Patrimoniale; si può cercare di schivarla in qualche modo?

Visto anche le numerosi domande giunte su questi argomenti abbiamo deciso di dedicare questo e i prossimi report a cercare di rispondere a simili questioni, dando la nostra opinione. Che non è certo il Vangelo, naturalmente dato che non ci consideriamo in questo campo affatto Unti dal Signore (a differenza di altri economisti, gestori, imprenditori, banchieri, esperti, blogger che hanno sempre una risposta sicura su tutto…).

La crisi del debito europeo vista dagli inglesi

Preferiamo rispondere con dati, numeri, indicatori, citazioni, dichiarazioni e provare a tracciare qualche considerazione, fiduciosi che chi legge sappia trarre per il proprio profilo di rischio le giuste considerazioni consci che le certezze in simili mercati non le possiede più nessuno..

Né il presidente della nazione più ricca al mondo (un certo Obama), né il risparmiatore più indeciso o credulone…

E in questo report proviamo a fare innanzitutto il punto su dove siamo arrivati se qualcuno si è perso le precedenti puntate…

Apocalisse prossima ventura o un filino di eccessivo pessimismo?

C’è la possibilità effettiva che l’euro si disgreghi o comunque che il debito pubblico italiano vada verso una ristrutturazione (di fatto un default) e che qualche banca italiana se non addirittura l’intera sistema creditizio si trovi in condizioni d’insolvenza?

E’ evidente che non è possibile dare una risposta certa a questa serie di eventi che potrebbero non verificarsi affatto, verificarsi separatamente ma anche, secondo gli osservatori più pessimisti, perfino tutti e quasi sequenzialmente.

Premesso naturalmente che non ci auguriamo che accada nessuno di questi eventi (perché anche se nei nostri portafogli consigliati di BorsaExpert.it e MoneyExpert.it siamo in larga parte in liquidità non avremmo certo da trarne grandi benefici se le banche dove i liquidi sono depositati fossero investite da uno “tsunami”) siamo dell’idea che l’ultimo decennio finanziario ha dimostrato che un risparmiatore prudente dovrebbe avere imparato che in tema di finanza non esistano più granitiche certezze..

E che quindi vadano valutato (prendendo poi in considerazione in base al proprio profilo di rischio e/o alla fede nella tenuta del Sistema) le varie ipotesi, ragionando con la propria testa dato che nessuno in questo settore e in questo contesto possiede alcuna Verità Assoluta in tasca.

Se dobbiamo guardare i “credit default swap” quei particolari contratti assicurativi che servono a proteggere dall’eventuale default degli emittenti di obbligazioni (pubbliche o private) si può assegnare un valore di probabilità quasi a tutto. E dire che non è assolutamente possibile o probabile un evento così negativo come il default di una banca importante o addirittura di uno Stato sovrano è forse eccessivo.

Come abbiamo scritto poco più di una settimana fa (vedi qui) vedere i credit default swap dell’Italia “girare” intorno a 550 (come è accaduto negli scorsi giorni) significa tradotto in probabilità statistica e in modo comprensibile per tutti che in questo momento i mercati stimano la probabilità di bancarotta dell’Italia (ovvero l’impossibilità di restituire interamente ai possessori di titoli di stato il loro credito) intorno al 38%. Una stima fatta considerando al 40% il cosiddetto “recovery rate” ovvero quanto potrebbe essere restituito nel caso peggiore ai possessori di titoli obbligazionari “defaultati” in base a storie precedenti di altre mega insolvenze di Stati sovrani (come l’Argentina) o emittenti obbligazionari.

Una percentuale decisamente elevata (per la cronaca sopra il livello di 780 dei Cds a 5 anni significherebbe che la probabilità di default ha superato il 50%) che ci dice che questa ipotesi non viene considerata dai mercati proprio impossibile e totalmente improbabile purtroppo.

Le ragioni dei pessimisti (“alla guida abbiamo dei pazzi incompetenti e il Sistema inizia a essere non più facilmente manovrabile”..)

Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo vuoto la situazione economico-finanziario italiano “under attack” non è proprio entusiasmante come dimostrano l’andamento delle ultime aste dei titoli di titoli di Stato (dove il rendimento pagato dal Tesoro italiano a 3 anni ha raggiunto quasi l’8%) e la situazione di tutto il mercato obbligazionario secondario dove da circa una settimana si sta assistendo a un’inversione della curva dei rendimenti e a una fuga crescente non solo degli investitori esteri ma anche all’ammaina bandiera delle tesorerie delle banche italiane.

Contrariamente a una situazione normale i tassi pagati a breve sui titoli di stato italiani sono diventati superiori a quelli a medio lungo. Una situazione che si verifica quando il mercato inizia a temere una forte di crisi di liquidità nel breve che potrebbe sfociare in in possibile “hair cut” o differimento del rimborso del capitale (insomma un “default” più o meno controllato). Quello che è accaduto sostanzialmente in Grecia dove quando il mercato ha iniziato a capire che si poteva andare incontro a una sforbiciata del rimborso ha iniziato a penalizzare fortemente le scadenze a breve dato che se si andava incontro a un taglio dei rimborsi del 50% evidentemente a essere maggiormente penalizzati sarebbero state le scadenze più corte.

Fra comprare un titolo oggi , a parità di cedola, a 90 che rimborserà fra 2 anni non 100 ma 50 (sono solo delle ipotesi, naturalmente) e un titolo invece che vale 65 e rimborserà fra 10 anni 50 è evidente che a parità di cedola come rendimento il secondo è il titolo che offre quello migliore.


L’idea che l’Italia possa andare verso un “default controllato” come estrema soluzione per uscire dalla cirsi è stata più volte rilanciata (compreso in questi giorni in una serie di interviste pubblicate sul “Financial Times” e su “La Repubblica”) dall’economista Nouriel Roubini, uno dei “profeti” della crisi che negli ultimi 5 anni a far da Cassandra purtroppo ci ha visto quasi sempre giusto (ma che non è naturalmente scritto da nessuna parte che ci azzeccherà anche questa volta).

Secondo Roubini (soprannominato non a caso “mister Doom”, ovvero il signore dei Disastri) il debito italiano dev’essere ristrutturato e prima lo si fa, meglio è. “E’ sempre più evidente – scrive Roubini – che il debito italiano è insostenibile. Ciò comporta la necessità di una ristrutturazione ordinata del debito per evitare un default disordinato”.

Roubini che è stato allievo alla Bocconi del professore Mario Monti, attuale capo del governo italiano, riconosce al nuovo premier una forte credibilità ma teme comunque l’ex Premier (“Berlusconi può comunque staccare la spina del governo in qualsiasi momento…”) e soprattutto non vede i numeri per sperare in un “miracolo” se non si opera con la cesoia invece che con le forbicine (come considera a questo punto una manovra finanziaria di una ventina di miliardi come quella di cui sembra discutersi in queste ore).

“E’ la situazione del debito italiano ad essere insostenibile – spiega Roubini –. Un debito pubblico pari al 120% del Pil, tassi reali del 5% o più contro una crescita vicina allo zero. Sarebbe necessario un avanzo primario di cinque punti (ovvero 80 miliardi di euro all’anno) per stabilizzare il debito. Al contrario, presto i tassi saliranno e la crescita diventerà negativa e l’austerità imposta da Bce e Germania trasformerà la recessione in depressione”. Altro che l’ottimismo è il profumo della vita…
Roubini pensa certo che il taglio del debito è una misura dura “ma il vostro Paese ne ha bisogno per evitare la bancarotta. Non siete all’insolvenza ma rischiate di perdere l’accesso al mercato”.

Per questo l’economista della New York University ritiene che “L’Italia ha urgente bisogno di abbattere il suo debito pubblico dal 120 al 90% del Pil”. Per ottenere questo risultato, dice Roubini, si può proporre ai creditori una doppia formula: o l’allungamento delle scadenze del debito senza modificare l’importo nominale. In tal caso le banche creditrici potranno arrivare a scadenza senza dover modificare il valore dell’asset in bilancio. Per chi non accetta questa soluzione può essere proposto un taglio del 25 per cento.

E alternative, a detta di Roubini, non ce ne sono. Anche se la Bce venisse chiamata a svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza, la crisi non potrebbe rientrare secondo lui. Anzi. Tutti i creditori dell’Italia, una volta individuato un ente pronto a comprare i titoli italiani agli attuali livelli, si affretterebbero ad esigere il rimborso tutti i 1.900 miliardi del debito italiano, scaricando i titoli sul mercato.

E perfino la patrimoniale non convince l’economista che vede “nero”: “Resto dell’idea che sia meglio ristrutturare il debito. Per avere lo stesso effetto ovvero del debito/Pil del 25% occorrerebbe mettere una tassa, mettiamo del 5%, che produca un gettito di 450 miliardi, cioè il 30% del Pil. Anche nell’ipotesi che questa massa di denaro venga richiesta ratealmente nei prossimi 10 anni, si avrebbe un incremento fiscale del 3% per 10 anni: abbastanza per abbattere i consumi e per trasformare la recessione in una vera e propria depressione”. E anche tassando soprattutto i più ricchi secondo Roubini i rischi non mancano perché diventerebbe eccessivo il rischio di fuga dei capitali anche perché Roubini non è convinto che la ricchezza degli italiani sia davvero di 9000 miliardi e in ogni caso comprende anche gli investimenti nei titoli di Stato. E per questo vede come quasi unica possibile exit strategy la ristrutturazione del debito che avrebbe anche come vantaggio per i risparmiatori italiani quello di non essere i soli a pagare, convivendo i costi della ristrutturazione con i prestatori internazionali (il 40% del debito pubblico italiano è infatti posseduto dagli investitori stranieri).

Vegas: ”In Italia c’è un allarme banche, non circola più denaro’

Naturalmente la soluzione che propone Roubini al momento non sembra trovare spazio nell’agenda del nuovo governo Monti che il 5 dicembre presenterà la manovra correttiva e da cui ci attendono tagli alle spese, riforme e nuove tasse ma non certo una manovra nell’ordine di qualche centinaio di miliardi di euro per quanto Merkel e Sarkozy a cui è stata presentata in anteprima nelle linee essenziali già la definiscono “impressionante”. Staremo a vedere…

Intanto la situazione finanziaria resta molto tesa come indica non solo l’andamento di Piazza Affari dell’ultimo semestre ma di tutto il mercato obbligazionario e del credito.
Le banche italiane da mesi oramai di fatto non hanno accesso al mercato per finanziarsi e in un’intervista a tutta pagina al quotidiano “La Repubblica” di ieri lo stesso presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha lanciato senza esitazioni l’allarme banche: “Non circola piu’ denaro. Il rischio principale e’ che si diffonda il credit crunch.

Rispetto a questo scenario, il fallimento di qualche banca diventa addirittura un rischio secondario. Se l’illiquidita’ del sistema porta al blocco dell’economia, allora non fallisce un singolo operatore, ma fallisce l’Italia”. Parole pesanti.

Le banche straniere stanno invece diminuendo settimana dopo settimana l’esposizione ai titoli di stato italiani (vendendoli quindi sul mercato), continuando la ritirata mentre anche alcune banche italiane si stanno adeguando liquidano anch’esse parte del proprio portafoglio di titoli di stato italiani.
E’ bene ricordare che l’Eba, l’Autorità europea per le banche ha stimato nelle scorse settimane che per ricapitalizzare le banche italiane serviranno 14,771 miliardi di euro, e complessivamente per le europee oltre 106 miliardi. Le banche italiane contestano l’entità di questa richiesta e lo stesso criterio con cui si è arrivati a questi calcoli e nelle prossime settimane si capirà se i soci dovranno metter mano al portafoglio e in particolare quelli delle banche “segnalate” ovvero Unicredit (7,3 miliardi di euro), Mps (3,1 miliardi), Ubi (1,49 miliardi) e Banco Popolare (2,8 miliardi) mentre l’unica banca “sistemica” graziata è Intesa Sanpaolo che viene considerata l’unica fra le “big five” italiane con capitale adeguato.

Altra pioggia sul bagnato nel caso fosse mantenuta dall’Eba questa richiesta di capitale addizionale poiché non è certo facile per molte banche in questa fase rivolgersi al mercato con molte fondazioni in forte crisi di liquidità (si pensi soprattutto al caso della Fondazione Mps che in questi giorni col titolo sceso fino a sotto quota 0,23 euro si ritrova a dover reintegrare i margini di garanzia, cedendo “l’argenteria di famiglia” oppure a diluire la propria quota di controllo sotto al 50%).

Ma la maggior parte parte dei risparmiatori italiani vedono una luce in fondo al tunnel

Non tutti naturalmente credono all’ipotesi dell’Apocalisse finanziaria anzi per la maggior parte degli italiani ce la possiamo fare da soli (per oltre il 60% degli italiani secondo un sondaggio di Nando Pagnoncelli presentato a “Ballarò”) e senza uscire dall’euro. Tanto rumore per nulla o quasi secondo questi nostri compatrioti.
Ma al di là dell’ottimismo di chi crede quasi per partito preso che nessuno scenario troppo negativo si potrà mai verificare le ragioni più estreme di chi non crede in uno scenario apocalittico italo-europeo si possono sintetizzare nel motto inglese “too big to fail”. Siamo “troppo grandi per fallire”.

Come il titolo del libro del giornalista Andrew Ross Sorkin dedicato alla storia del fallimento di Lehman Broters e alla crisi del 2008 dove in quel caso purtroppo per i detentori del debito della banca d’affari americana non è valsa questa regola con la Federal Reserve incapace e politicamente in forti difficoltà nel mettere in atto un salvataggio all’ultimo minuto come aveva fatto prima con Bear Stearns e poi dopo il fallimento Lehman si precipitò a fare col colosso assicurativo Aig quando risultò evidente che un ulteriore default avrebbe veramente provocato una vera e propria Apocalisse finanziaria dei mercati.

Un’Apocalisse ovvero un collasso dei mercati finanziari e soprattutto del sistema creditizio che purtroppo non appare più come un evento impossibile se si ascoltano non solo le preoccupazioni attuali di molti operatori, analisti e investitori “pessimisti” (con un numero in forte crescita come abbiamo avuto di verificare in queste settimane partecipando in queste settimane a diverse riunioni e discussioni) ma gli stessi grandi protagonisti di questa e della precedente crisi ovvero i grandi banchieri d’affari, governanti, gestori e speculatori (si legga non solo in proposito “Too big to fail” ma soprattutto lo sconvolgente “The Big Short Il grande Scoperto” di Michael Lewis che racconta la crisi del 2008 vista dalla parte di chi aveva capito quello che stava accadendo, speculandoci prima sopra e poi sbancando Wall Street) sono arrivati purtroppo a pensare come un evento che potrebbe anche capitare data la complessità del sistema, le interrelazioni, l’effetto panico, il rischio di contagio sempre più veloce e soprattutto la stupidità umana di chi (soprattutto governanti e “tecnici” oltre che banchieri) può prendere la decisione sbagliata al momento sbagliato.

Le ragioni degli ottimisti (“siamo troppo grandi per fallire”…)

A far da portavoce alla tesi dell’Italia come della stessa Unione Europea “too big to fail” l’altro ieri sugli schermi de LA7 alla trasmissione “Otto e mezzo” l’imprenditore Carlo De Benedetti ha ben sintetizzato l’opinione di questo “partito, evidenziando peraltro come secondo lui ci troviamo in questa fase più in una crisi di liquidità che di insolvenza perché le banche non hanno quasi più soldi. Non proprio qualcosa di molto rassicurante se la situazione non si raddrizza velocemente ma alla domanda se ritiene possibile un aggravamento estremo della crisi pubblicamente e un crollo dell’euro la sua risposta è stata lapidaria: “Io non voglio entrare nemmeno in questo scenario ipotetico.

E’ uno scenario da Armageddon ed è uno scenario che sconvolgerebbe il mondo intero. Se dovesse esplodere l’euro o l’Italia uscire dall’euro, che per me sono la stessa cosa, questo significherebbe che gli Stati Uniti (e non credete che Obama perda tempo a ricevere Barroso o Van Rompuy se non fosse per questo molto preoccupato) e addirittura la Cina vedrebbero perdere un mercato per le loro esportazioni notevole. Sarebbe un evento destabilizzante per il mondo intero. E il mondo è già in difficoltà…”.

la crisi dell'euro e l'avvoltoio tedesco visto dall'Economist

La “fortuna” dell’Italia (e più ampiamente della crisi del debito sovrano europeo dei paesi periferici) sta quasi in questo paradosso che già il solito John Maynard Keynes aveva raccontato con una famosa massima: «Se ti devo un dollaro io ho un problema, ma se ti devo un milione di dollari allora il problema è tuo».

La “forza” dell’Italia e la ragione per cui ora si stanno intensificando le discussioni per la cura, coinvolgendo (secondo alcune indiscrezioni poi smentite) pure il Fondo Monetario Internazionale e magari a breve pure qualche fondo sovrano con gli occhi a mandorla (costringendo si spera rivedere di 180° le posizioni della Merkel) è, infatti, proprio l’entità del nostro debito il cui insoluto a questo punto farebbe veramente tremare i mercati e l’economia mondiale.
Ricordiamo che il nostro debito pubblico è stimato in poco più di 1900 miliardi di euro ed è in valore assoluto il quarto debito del mondo con elevata incidenza sul prodotto interno lordo, pari a circa il 120 per cento del Pil nazionale. E da tempo siamo completamente fuori dai parametro di Maastricht che prevedevano un’incidenza massima del 60 per cento sul Pil: un debito che poco meno della metà (ma nelle ultime settimane è iniziata la fuga) in mano ad investitori esteri, fra i quali ci sono compagnie assicurative e fondi comuni (15%), banche estere (12%), investitori asiatici (6%) e altri investitori istituzionali (11,1%) secondo i dati disponibili alla fine dello scorso anno.

Tutti questi investitori hanno comprato nel passato il nostro debito considerando sicuro e prezzato correttamente per il rendimento/rischio offerto ma oggi evidentemente le mutate condizioni dei mercati stanno facendo rivedere il loro giudizio anche perché la discesa molto forte dei corsi crea un effetto “valanga”. Aumentano le perdite di portafoglio ma soprattutto aumenta la necessità per le banche di incrementare il proprio patrimonio se li mantengono in portafoglio e continuano a scendere. Inoltre in Borsa i titoli delle banche più esposte sui titoli di Stato dei paesi “infettati” vengono colpiti profondamente al ribasso dalla speculazione che fa salire anche il valore dei credit default swap. Un meccanismo quasi infernale in un mercato che consente le vendite allo scoperto (“nude” e “vestite”) come di alimentare col mercato dei credit default swap qualsiasi speculazione al ribasso.

Come una catena di Sant’Antonio..

In questa situazione di tensione per il Tesoro italiano (ma questo vale anche per quello spagnolo mentre Grecia e Portogallo di fatto sono passati direttamente in “camera di rianimazione” e i soldi li ottengono solo dalla Bce e del Fondo Monetario Internazionale) il problema numero uno diventa così il rifinanziamento. Fino a che si trovavano investitori disposti a comprare obbligazioni e a prestare soldi, tutto andava bene ma quando salta la fiducia dei creditore iniziano i problemi seri. Anche perché il sistema finanziario e creditizio assomiglia molto a una catena di Sant’Antonio e se l’ultimo anello non “partecipa” tutta la piramide inizia a vacillare..

Nel caso italiano basti pensare che le banche sono le principali acquirenti dei titoli di Stato ovvero i principali finanziatori del Tesoro. Le stesse banche hanno a loro volta leva finanziaria significativa (da 20 a 40 volte il patrimonio) tanto che molte sono state salvate dagli Stati stessi che non hanno certo alcun interesse a veder pregiudicata una dei presupposti fondamentali su cui si basa il sistema dove ognuno dei partecipanti è in grado di reggere e salvare l’altro… Le stesse famiglie acquistano titoli di Stato e obbligazioni, anche tramite i fondi, e depositano i loro risparmi nelle banche che a loro volta con queste disponibilità, moltiplicate per decine e decine di volte le somme depositate, erogano finanziamenti o acquistano titoli sul mercato.
Morale: se nel sistema manca la fiducia tutto l’architrave su cui si fonda rischia di andare in forte crisi soprattutto se il debito detenuto è in mano agli stranieri.

Questa volta è diverso?

Nell’interessante libro “Questa Volta è Diverso” (pubblicato già 2 anni fa) di Carmen M. Reinhart (economista e collaboratrice del Fmi e della Banca Mondiale) e Kenneth Rogoff (fino a poco tempo fa Economista Capo del Fondo Monetario Internazionale e professore all’università di Harvard), due dei più importanti economisti americani si evidenzia proprio come il rischio di default quasi si quadriplichi quando i creditori stranieri detengono una percentuale importante del debito pubblico di uno Stato. Gli autori nello studio hanno, infatti, individuato attraverso 8 secoli di storia (dalla Corea all’Argentina) circa 70 situazioni di crisi o default del debito pubblico domestico, contro 250 situazioni di default del debito estero.

E nel saggio si evidenzia chiaramente come il debito domestico è più sicuro di quello estero, anche se può essere soggetto a maggiore rischio di inflazione. Da segnalare che secondo gli autori come il debito pubblico si possa considerare domestico “doc” però solo se si verificano tre condizioni: deve essere “denominato in moneta locale, soggetto alla giurisdizione del paese emittente e detenuto da residenti nazionali”. Secondo gli autori tutte e tre le condizioni sono necessarie e in particolare è la terza che può impedire la speculazione internazionale sul debito.

Quando questo non accade e il debito è in mano agli investitori stranieri Rogoff e Reinhart ben raccontano quello che può accadere (e noi italiani stiamo progressivamente vivendo nelle ultime settimane) ovvero limitazioni della stessa sovranità nazionale, in quanto oltre agli elettori anche altri soggetti come i grandi investitori internazionali (nel caso del debito pubblico italiano si ricordi che questo è finito soprattutto nelle banche francese e poi tedesche) finiscono con l’esercitare una significativa e crescente “intrusione” nella gestione del Paese.

Secondo gli autori gli investitori stranieri non possono certo votare ma col trading finanziario e con la speculazione possono influenzare pesantemente le politiche degli Stati e decretare, come è sempre più evidente, la sopravvivenza o meno dei governi di paesi di cui non sono neppure cittadini o la politica economica. E una conferma piena di questo assioma lo si ha col caso “Giappone” che ha in valore assoluto il secondo debito pubblico del mondo, superiore ai diecimila miliardi di dollari e detiene inoltre il record di un rapporto debito/Pil che supera il 200% ma da anni nonostante una fortissima crisi economica sta ancora in piedi (e addirittura lo yen è tornato a essere una valuta rifugio di questi tempi). La ragione? Il 95% del debito pubblico giapponese è detenuto dagli stessi risparmiatori giapponesi. Tutto resta in casa.

Secondo Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, ci vogliono mediamente dai 7 ai 10 anni (ricordate la Bibbia e 7 anni di vacche magre?) per un Paese per risanare i propri conti e quindi bisogna aspettare almeno fino al 2018 per vedere secondo i loro calcoli l’alba di una nuova era finanziaria più tranquilla. A patto che in questa fase secondo Rogoff le banche mondiali elaborino un piano grande e audace per risolvere i problemi del debito sovrano europeo (l’Europa vale il 20% dei commerci mondiali) poiché altrimenti le conseguenze per tutta l’economia mondiale potrebbero essere disastrose. Un’implosione dell’eurozona potrebbe, infatti, significare, secondo alcuni analisti prestiti bancari che potrebbero non essere più restituiti, aziende senza credito, economie in grave depressione, consumatori in bolletta, mercati azionari quasi bloccati, esportazioni nel mondo da parte degli Stati Uniti in poi crollare… Non proprio uno scenario rassicurante secondo questi analisti.

Come se ne esce come Paese/Paesi?

La situazione è certo diventata complicata come abbiamo espresso più volte più volte in queste settimane (qualche giorno fa ne abbiamo parlato qui in un articolo intitolato “Angela, qui si fa l’Europa o si muore” ) e a questo punto nel breve le soluzioni per scongiurare un peggioramento che potrebbe essere veramente molto pericoloso per il sistema del debito pubblico italiano e quindi alla fine dello stesso sistema creditizio italiano ed europeo non sono infinite.

I mercati (più quello azionario che quello obbligazionario) negli ultimi giorni hanno iniziato a scommettere su un massiccio intervento delle istituzioni finanziari europee e/o mondiali per impedire che la crisi sfoci in qualcosa di drammatico. E proprio ieri mentre scrivevamo questo saggio è arrivata la notizia (che non ci ha sorpreso visto quello che abbiamo scritto sopra) di un intervento congiunto da parte della Federal Reserve americana, della Bce, della Bank of Japan e degli istituti di Canada e Svizzera per tagliare il costo del denaro e cercare di garantire una maggiore liquidità. Segno evidente che la situazione merita interventi straordinari e che il problema a questo europeo è un problema mondiale e va interpretato certamente come un segnale positivo ma come ha giustamente osservato Gregorio De Felice, capo economista di Intesa San Paolo resta ancora un’iniziativa apprezzabile ma non “risolutiva”.

Le ipotesi sul tappeto su come uscire dall’angolo come è noto sono numerose: da un cambiamento deciso di atteggiamento della Germania che permetta l’emissione degli Eurobonds (e sostanzialmente metta in società parte del debito pubblico europeo) e/o la trasformazione della Banca Centrale Europea in qualcosa di simile alla Fed che può comprare quasi illimitatamente carta (leggi obbligazioni e titoli di stato) o stamparne di nuova (leggi banconote) a un intervento massiccio del Fondo Monetario Internazionale (un’ipotesi ventilata domenica dal quotidiano “La Stampa”) per sostenere l’Italia, dall’intervento dei fondi sovrani asiatici a quello della diretto della stessa Fed americana pronta a entrare nella partita per “salvare il mondo” quasi all’ultimo “fotogramma”.

E in mezzo a queste ipotesi di interventi col “bazooka” è probabile attendersi a breve un ulteriore taglio del costo del denaro da parte della Bce come consentire alle banche europee di finanziarsi non solo a 1 anno ma a 3 per avere così accesso alla liquidità e non restare in panne.

Sulla situazione attuale può essere interessante ricordare la tesi di Rogoff che già nel 2009 aveva previsto l’attuale fase come tipico segno di una profonda crisi finanziaria e non certo l’effetto di una recessione. Qualcosa che secondo i suoi studi si verifica ogni 70/80 anni (l’ultima volta che si era assistito a qualcosa di simile era stato dopo il 1929, vedete quanto siamo fortunati…) e che si manifesta colpendo non solo la produzione e l’occupazione, come in una normale recessione, ma anche debito e credito, e con il deleveraging che tipicamente si completa in parecchi anni.

“Il problema che stiamo attraversando non è quindi di una “Grande Recessione” ma una “Grande Contrazione” – ha scritto Rogoff – dove il problema numero uno è l’indebitamento esagerato e quindi la cosa su cui concentrarsi è fare per i governi è agire su questo fronte, tagliando massicciamente debiti e sprechi ma arrivando in Europa in tempi brevissimi a un’Unione fiscale e politica vera, passando anche attraverso una massiccia creazione di moneta”.

La cosiddetta “monetizzazione del debito”. Una strada che secondo Rogoff (che già un mese fa aveva predetto quello che poi è avvenuto sui mercati dei titoli di Stato dei paesi periferici dopo l’abborracciato piano presentato da Merkel e Sarkozy per risolvere la grana greca con il fantomatico fondo salvastati) passa quindi tramite la necessità di ricapitalizzare la Banca Centrale Europea stessa o per conto dei paesi dell’Europa e/o con l’aiuto della macchina per stampare banconote a go-go come ha fatto la Fed negli scorsi anni.

Rischio d’inflazione? Già dal dicembre 2008 Rogoff sostiene che per accorciare questo lungo e doloroso periodo di deleveraging e crescita ridottta sia passare attraverso una fase di inflazione del 4-6% per diversi anni. Qualcosa che certo secondo l’autore è certo un trasferimento ingiusto e doloroso ma rappresenta anche storicamente il modo più diretto per velocizzare la ripresa e far pagare il conto in parte a qualcuno… Naturalmente la tesi di Rogoff non è detto che sia quella giusta e ci sono invece analisti ed economisti che ritengono che stampare moneta e fare quello che ha fatto la Fed nel 2008-2009 potrà servire per qualche mese o semestre per allontanare la tempesta ma è difficile che risolvi (e non posponga) efficacemente la situazione se non si interviene in modo più strutturale sul sistema, cambiando veramente le regole.

Attenti allo straniero…(soprattutto se scappa)

dove è allocato il debito pubblico italiano (fonte Linkiesta)

Le tesi di Rogoff come quelle di Roubini evidenziano comunque come sia allo stesso tempo sia un pericolo che un’opportunità in questo momento per l’Italia avere fra i creditori del debito pubblico una quota significativa di investitori esteri. Rappresentano di fatto oramai (e ne è una chiara dimostrazione il percorso del governo Monti che prima che presentare alle Camere il programma di governo lo è andato a presentare alla Merkel e Sarkozy) i più importanti “decisori” della politica economica italiana (insieme alla speculazione finanziaria internazionale che fa il bello e brutto tempo sul mercato dei bond) ma allo stesso tempo possono rappresentare paradossalmente il nostro salvacondotto poiché sono motivati perfino più dei governanti italiani a tentare un salvataggio.

La cosa peggiore che può capitare è quindi per noi italiani andare troppo alle lunghe, fare manovrine e non interventi incisivi, perdendo un anno e più di tempo come è avvenuto in Grecia per consentire così ai debitori stranieri di liquidare sul mercato quasi tutte le proprie posizioni…

In quel caso, una volta che il debito pubblico italiano diventasse qualcosa di domestico e con un Paese in profonda recessione, è difficile pensare che non saremmo lasciati al nostro destino senza più vedere i potenti del mondo preoccuparsi per un nostro salvataggio a tutti i costi…

Staremo a vedere: intanto nei prossimi articoli e report riservati agli abbonati affronteremo (dopo aver cercato di inquadrare l’attuale situazione e le ragioni del perché essere pessimisti o ottimisti) le prossime questioni che si pone chi non vede solo rosa date le numerose domande che riceviamo sul tema.

Si può dire quali sono le banche italiane più o meno sicure? Cosa potrebbe accadere in uno scenario da collasso del sistema finanziario italiano o addirittura dell’euro e quali potrebbero essere le vie di fuga da percorrere? Esistono investimenti e terapie “sicure” per il risparmiatore per fuggire a questa crisi? Delocalizzare i risparmi all’estero (come la Svizzera che sta ritornando di gran moda come confermano molteplici indicatori) può essere una strategia? Cosa bisogna sapere alla bisogna prima di aprire un conto all’estero: cosa è legale e cosa è invece è illegale (e molto rischioso).

Su alcune domande purtroppo non esiste una risposta certa e sicura (possediamo una sfera di cristallo ma non ci funziona!) ma cercheremo comunque di fornire elementi e riflessioni affinchè un risparmiatore consapevole possa farsi un’idea più completa. E’ questo l’obiettivo di un sito come MoneyReport.it e l’approccio di BorsaExpert.it e MoneExpert.it, editori di questa pubblicazione online che si rivolge agli investitori fuori dal branco…

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